TREVIGNANO – ESCLUSIVO: INTERVISTA A GIUSEPPE AYALA

In occasione della presentazione del suo ultimo libro  “Troppe coincidenze” avvenuta nei giorni scorsi, il magistrato e politico siciliano risponde a Fiorenza Rossetto.

Vent’anni fa Giovanni Falcone veniva assassinato a Capaci, insieme alla moglie e a quattro uomini della sua scorta. A distanza di due mesi fu assassinato anche Paolo Borsellino e ad altri cinque agenti della scorta. Era il 1992, anno in cui la Cassazione confermava la sentenza del  primo maxiprocesso contro Cosa Nostra. Le cifre: 475 imputati, 360 condanne, 2665 anni di carcere ai quali vanno aggiunti  19 ergastoli. Ma il ’92 è anche l’anno di Tangentopoli, l’evento che disintegra il gruppo di potere al governo del nostro Paese. Le vicende sono state rievocate da Giuseppe Ayala,  in occasione della presentazione del suo ultimo libro  ‘Troppe coincidenze’ (ed.Mondadori), avvenuta nei giorni scorsi a Trevignano. Ayala parla dal suo osservatorio privilegiato di protagonista, essendo stato pubblico ministero nel maxiprocesso nel 1986/87 e quindi deputato alla Camera dal 1992. Parla dell’evoluzione economico-finanziaria della mafia, dei capitali  che circolano attraverso la borsa di Milano fin dai tempi di Falcone, della ‘meridionalizzazione’ del Nord Italia, concetto anticipato da Leonardo Sciascia già 50 anni fa.  Spiega come questa struttura di potere sia più longeva di qualsiasi altro organigramma criminale, come sappia interloquire col potere e come ne sia una componente organica.  Ricorda gli attentati che si sono susseguiti fino al 1994, l’esecuzione di Salvo Lima, le bombe a Roma, le vittime di Firenze e quelle di Milano. Ricorda che da allora la mafia non uccide più.
Ventitré anni senza omicidi. Preoccupante?
“La lettura più ovvia è quella che, in qualche maniera, abbiano ripristinato dei rapporti, che loro valutano soddisfacenti, non con tutta la politica, ci mancherebbe altro, ma con alcuni settori. E’ la storia d’Italia”.
Come è cambiata la mafia a distanza di tanti anni? E’ arrivata nel resto d’Italia, sentiamo di amministrazioni comunali che vengono sciolte. L’opinione pubblica spesso è divisa tra coloro che ne prendono atto e coloro che rifiutano di ammetterne l’esistenza. Perché?
“ E’ un comportamento psicologico, non razionale. Perché, se ci si guardasse intorno, si potrebbero cogliere i segnali per capire che c’è. Umanamente lo capisco, non è una corsa alla collusione, è la rimozione del problema, c’è un rifiuto quasi istintivo. Laddove si è poi scoperto che esiste in maniera incontestabile, attraverso indagini e vicende giudiziarie che lo confermano,   c’è stupore. Ci si stupisce, ma bisognava capirlo prima. Da questo punto di vista sono abbastanza fiducioso, perché la comunità nel Nord Italia, essendo immune secondo me dalla tradizionale infiltrazione mafiosa, una volta che ne prende atto, trova gli anticorpi più facilmente rispetto al Meridione”.
A distanza di tanti anni la parola ‘mafia’ ha acquistato un significato più generale, non riguarda più soltanto la mafia siciliana, o le organizzazioni criminali del Meridione, ma indica un comportamento, una forma mentis, la gestione illegale della cosa pubblica attraverso  un  potere fuori controllo, intrinseco in varie pubbliche amministrazioni. Si parla di ‘quinta mafia’ collegandola ai cosiddetti ‘poteri forti’.
“ Non ho elementi per confermare, ma non mi meraviglio. Credo che l’accesso, il diffondersi  di questa mentalità, sia legato direttamente al calo di percezione della legalità, che nel nostro Paese ha una diffusione imbarazzante.  E’ la porta che si apre all’individualismo, all’opportunismo e quindi, in politica, al clientelismo. Questa triade è il brodo di cultura della mafia, intesa come organizzazione, ma anche come mentalità tipica del mafioso. L’unica salvezza per il futuro di questo Paese, ma non so quando potrà accadere, è che si recuperi un bisogno di legalità molto più forte dell’attuale, paragonabile alle altre democrazie europee. Questo non riguarda soltanto la politica, ma i cittadini, perché nessuno si ribella. Da un lato si diffonde la mentalità che tutto quello che non è penalmente accertato con sentenza definitiva si può fare, e l’esempio viene dall’alto. Nella quotidianità, si trova comodo che, anziché rispettare  le regole,  esse vengano aggirate, anche nella spicciola quotidianità di un’amministrazione locale, per esempio. Quando mi si chiede ‘dove non c’è la mafia’?, rispondo che io non so dov’è, ma so dove non c’è: in due posti non c’è: dove non ci sono soldi e dove c’è legalità. Lì non la troverete mai. La legalità è un muro contro l’infiltrazione della mafia, intesa sia come organizzazione, sia come mentalità. Dove si rispettano le regole non c’è mafia. Dove le regole sono flessibili, aggirabili, se non addirittura violate, il terreno è ideale”.
Vediamo, seppure larvatamente, una presa di coscienza da parte della popolazione: piccoli segnali, iniziative spesso sostenute da organizzazioni come Libera, l’associazione di don Ciotti che da poco tempo è presente anche nel nostro territorio,  i giovani si interessano e si sentono responsabilizzati. Ma c’è anche paura di esporsi, ci si sente indifesi e fragili.  Quali consigli si sente di dare a coloro che vogliono fare la propria parte?
“Io vado moltissimo nelle scuole, perché credo che dobbiamo scommettere sui giovani e aiutare quelli che fra qualche anno saranno  i cittadini, qualcuno di loro anche classe dirigente, ad avere la percezione del bisogno di legalità come difesa della democrazia. Ci dobbiamo mobilitare per far capire che il pilastro di una democrazia si chiama rispetto delle regole, che non deve esaurirsi sul piano personale, dobbiamo pretendere che anche gli altri lo facciano. Un esempio classico è quello di chiedere lo scontrino per la consumazione al bar. Se questo messaggio passa e si diffonde, ognuno sta molto attento, perché innesca il controllo fondamentale della legalità. Questo non è il controllo repressivo della magistratura, è il controllo sociale. Come avviene in molti paesi europei, dove la percezione dell’importanza della legalità, come parametro fondamentale della convivenza democratica e civile, è molto più forte che da noi. Mentre prima in Italia il fenomeno riguardava il Mezzogiorno, ora il fenomeno riguarda tutto il paese e, con le dovute eccezioni ovviamente, c’è una parte della società italiana che è sanissima e va guardata con grande rispetto. Ma c’è anche l’altra parte che, temo, sia predominante”.

Ha mai pensato se Falcone e Borsellino fossero ancora qui, cosa farebbero e come sarebbe la situazione  oggi?
“Sì, ci ho pensato:  Giovanni Falcone sarebbe diventato ministro della Giustizia, a causa di quello che è successo dopo il ’92 col crollo della Prima Repubblica e la nascita della seconda. Paolo Borsellino sarebbe rimasto a fare il magistrato, sarebbe procuratore della Repubblica a Palermo. E la mafia avrebbe avuto sicuramente qualche problema in più. Quello che di straordinario avevano acquisito Falcone e Borsellino era la comprensione del fenomeno mafioso, la valutazione di certe condotte, di certi comportamenti, che difficilmente gli altri possono avere. Prescindendo dalla sentenza Dell’Utri, le valutazioni di certe condotte, di certi comportamenti, comprensibilmente non arrivano alla sezione della Cassazione a Roma, non vengono capite. Non capiscono che hanno un certo  significato, se inserite nella trama dei rapporti mafiosi.  Quindi, se Falcone e Borsellino avessero dei posti di responsabilità con questo grande bagaglio di conoscenze, io credo che il bilancio favorevole allo Stato sarebbe stato maggiore”.

Fiorenza Rossetto

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...